martedì 5 gennaio 2016

Guerra, Petrolio ed Energia rinnovabile

Recentemente mi è stato contestato il mio essere vegetariano mettendo in luce il fatto che l'acqua impiegata negli allevamenti per un chilo di carne è la stessa che una nave inquina importando la Quinoa dalla Bolivia.
In un mio vecchio post parlo già sugli effetti devastanti che gli allevamenti hanno sul nostro pianeta e di quanto fa male mangiare la carne (alimentazione-malattia-mente-sana), quindi oggi vorrei fare due riflessioni sull'altro aspetto della disputa. Quella nave che parte dalla Bolivia piena di Quinoa con tanto di petrolio per arrivare fin da noi.

Che il mondo funzioni in maniera univoca verso il dio denaro ormai non è notizia, ma lo sono tutte le guerre in giro per il mondo che a mio parere vengono messe in atto per un più ampio disegno di manipolazione.
In prima analisi i conflitti sembrano regionali e indipendenti l’uno dall'altro, ma come ha osservato lo studioso di geopolitica Michael Klare, si tratta semplicemente di «guerre del XXI secolo per l’energia»
Dal momento che i governi di Iraq, Nigeria, Russia, Sud Sudan e Siria derivano la gran parte dei loro ricavi dalle vendite di petrolio, possiamo affermare che le zone di produzione di gas e petrolio rappresentino una ripartizione di ricavi cruciali. Il controllo delle risorse fossili si traduce così in peso geopolitico per alcuni paesi e in vulnerabilità economica per altri.

Un conflitto di così ampia portata, che riguarda nientemeno che la transizione da un sistema fossile e nucleare, fondato su concentrazione di capitale, finanza e infrastrutture proprietarie, a un sistema di fonti naturali non proprietarie, diffuse e territorialmente governabili, non sfugge certo agli interessi dei Governi e delle Corporation che tengono le redini dell’economia e del commercio nel sistema finanziario globale.
Secondo Klare, la guerra per l’energia continuerà in tutto il mondo, infatti mentre le divisioni etniche e religiose possono fornire il carburante politico e ideologico di queste battaglie, decisivo è il movente economico. In un mondo ancora legato a doppio filo ai combustibili fossili, il controllo delle riserve di petrolio e gas è una componente essenziale del potere. Auspicare concretamente la fine della guerra per l’energia perciò, significa ottenere un contributo concreto verso la pace e la condivisione tra i popoli. Forse si potrà scongiurare questo conflitto solo il giorno in cui, finalmente, il mondo passerà davvero alle energie rinnovabili. Energie democratiche, strettamente legate al territorio ed in grado sul lungo termine di assicurare una autonomia energetica, mettendo gradualmente fine alla dipendenza dal petrolio.


Le tecnologie rinnovabili come sole, vento e biomasse, pur limitate da una relativa discontinuità, sono sfruttabili direttamente in pressoché ogni angolo del mondo e, nonostante il calo del prezzo del petrolio, è in atto un boom delle energie rinnovabili.
La diversità del modello rinnovabile che potremmo definire in una sola parola “democratico”, pone al centro il rispetto per l’ambiente con ricadute occupazionali sul territorio favorendo e stimolando la crescita di una coscienza diffusa che desidera cooperazione politica, riorganizzazione sociale e convergenza di “stili di vita verdi”.
Il nostro caro pianeta è uno solo, ed è giunto il momento di lasciare indietro la vecchia convinzione di piccole nazioni suddivise da linee geopolitiche immaginarie.






    Grazie. A presto!

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