mercoledì 20 maggio 2015

Riforma della scuola. Si pensa sempre e solo al denaro.

Con la nuova riforma della scuola si son introdotte parecchie nuove misure tra le quali spariranno i supplenti, ci sarà un "super preside", nuove assunzioni docenti, alternanza scuola lavoro, inglese dalle primarie, ecc...Ma sempre e solo al denaro si pensa.
Sinceramente ho sentito tanti discorsi sulla riforma scolastica. Ma mai si è parlato dell'importanza che la scuola stessa ha sui bambini, il futuro di una società.

In tempi di rapidi mutamenti di stili di vita, esigenze lavorative, situazioni sociali, occorre una pedagogia che non rincorra situazioni momentanee, ma, partendo da una conoscenza sempre più approfondita dell'essere umano in evoluzione, offra un'educazione ed un apprendimento via via conformi alle fasi evolutive della crescita del bambino. La pedagogia deve rivolgersi al bambino nella sua interezza, ed educare nello stesso tempo la sua volontà, la sua vita emotiva ed il suo pensiero, per sviluppare infine in lui il formarsi di rappresentazioni chiare e giudizi indipendenti, lo sviluppo di una interiorità capace di far confluire armonicamente gli impulsi individuali nell'organismo sociale, e il risveglio di tutte le proprie potenzialità creative, il tutto in una cornice non competitiva ed individualistica.

Il piano di studi deve accompagnare queste fasi di sviluppo, introducendo le materie in corrispondenza delle tappe di crescita degli allievi. Inoltre deve tener conto delle variabili che concorrono a realizzare l'evento pedagogico, e così le caratteristiche biografiche dei diversi alunni e delle classi, l'individualità dei singoli insegnanti, il particolare momento storico, il terreno socio-culturale in cui la scuola opera.
Quando il bambino entra nelle vita sociale della scuola, si verifica in lui un grande mutamento inferiore: non è più tutt'uno con il mondo esterno, inizia un percorso di individualizzazione e le forze che nel periodo precedente erano state quasi esclusivamente impiegate per il suo sviluppo corporeo, si rendono gradatamente disponibili anche per le attività intellettuali dell'imparare e del ricordare.

Il bambino di questa età non è ancora in grado di sviluppare processi di pensiero logico, ma questo viene condotto attraverso una configurazione artistica dell'insegnamento, ricco dì immagini linguistiche (vivo racconto), di momenti artistici (pittura, scultura, musica, recitazione, euritmia), e dì attività manuali (lavoro a maglia, cucito, falegnameria, giardinaggio) per imparare e fare, sviluppando forze di volontà. Tutto ciò costituisce una formidabile premessa ad una delle qualità più necessarie all'uomo di domani: imparare a vivere insieme agli altri.

Allo scolaro tra i sette e i quattordici anni il mondo delle conoscenze viene avvicinato prevalentemente attraverso i veicoli del sentimento e della volontà. In questo tempo il bambino cerca una guida e l'insegnante opera al fine di essere riconosciuto come una naturale autorità, divenendo per lui il mediatore del mondo.

Gli stati d'animo ed i pensieri che l'insegnante manifesta al bambino, agiscono ancora fortemente in lui. I maestri, in un certo senso, prima ancora di sapere, devono essere: ciò costituisce una grande responsabilità che può essere sostenuta con entusiasmo solo se si risveglia nell'educatore il sentimento di vocazione in un lavoro tanto impegnativo quanto necessario.

Tutto ciò che noi possiamo realizzare artisticamente diventa qualcosa di eccelso, soltanto se possiamo farlo scorrere nella massima delle arti, quella nella quale non ci viene dato della materia morta, come argilla o calore, ma nella quale ci viene dato il bambino vivente non ancora compiuto, il bambino che noi, fino ad un certo grado, dobbiamo portare artisticamente e pedagogicamente ad uomo compiuto.

Sono questi gli argomenti che mi piacerebbe sentire in una riforma scolastica, perché ne dovrebbe tenere conto "in primis". Non mi importa niente se risparmieremo 4 miliardi se a farlo ne risente il futuro del nostro paese. perché, ripeto, i bambini sono il nostro futuro.




Grazie, a presto!


mercoledì 1 aprile 2015

La malattia della felicità. La TV

È un dato di fatto. Troppe immagini uccidono l’immagine.
Ecco quale potrebbe essere la malattia della felicità: non più vedere ma controllare che tutto proceda bene, come previsto. Così come il “tutto è arte” allude a un mondo in cui l’arte non è più granché, il tutto in vista segna il declino e il trionfo dello sguardo.
Si può dimostrare che la TV favorisce e non favorisce la democrazia, la verità, la pace fra i popoli e la libertà dell’uomo.

L’organo della democrazia

La Tv favorisce la democrazia. Come tutti sanno, la Tv è l’oggetto che gli intellettuali amano odiare, e che i politici sono costretti ad amare.
La Tv è democrazia, perché tutti la guardano e tutti ne parlano. Eguaglianza di accesso indispensabile all'esercizio della democrazia. La Tv rappresenta un rimedio alla distruzione del legame sociale.
Che senza Tv, l’elettore medio, che non  legge più, non saprebbe nulla dei programmi e dei partiti in competizione. Si tratta dunque dello strumento più democratico delle società democratiche e di un formidabile mezzo di comunicazione fra le persone.
Ma: non è certo difficile mostrare come la Tv spoliticizzi la politica, demotivi l’elettore, deresponsabilizzi il responsabile e assecondi pericolosamente la personalizzazione del potere. La cosa pubblica diviene una verità, l’ambiente politico una colonia dello show-business.
La Tv a forza di offuscare ogni differenza fra gli attori della scena audiovisiva; diviene  allora fattore di indifferenza.
L’ineguaglianza risiede anche nella capacità di farsi vedere, personalmente. In tutti i luoghi pubblici la precedenza del volto già visto da qualche parte su quello mai visto, da nessuna parte, è norma.
La democrazia non è la legge della maggioranza ma il rispetto delle minoranze. L’imperialismo dell’immagine nella tv non si direbbe faccia proprio quello.
Una democrazia esige cittadini attivi. La Tv, unita al sondaggio permanente, spinge a disertare lo spazio pubblico, come in una sorta di arresti domiciliari. Riduce il legame sociale a una relazione senza scambio. Ognuno a casa sua. Spoliticizzare significa in primo luogo immobilizzare.
Far finta: questo sarebbe il ruolo provvidenziale impartito nella nuova democrazia. Il teatro politico non è certo cosa nuova (il parlamento da noi è un anfiteatro). Ma la novità è in questo: in mancanza di intrighi e di poste in gioco, la teatralizzazione dell’azione diviene l’azione stessa (Renzi? )

L’apertura al mondo
            
La Tv apre al mondo. La Tv fa sparire il mondo. Si può a giusto titolo elogiare il tasso senza precedenti di apertura agli altri, la fine della frontiera, l’avvento del cittadino universale e dell’era postnazionale.
Tutto ciò che delocalizza civilizza, e la Tv favorisce una presa di coscienza planetaria e la causa umanitaria.
Tutto ciò non è falso, e nemmeno vero. A domicilio, non si viaggia su un qualche atlante. A selezionare i luoghi di destinazione non siamo noi ma l’attualità. Le immagini dei paesi lontani appaiono dunque per qualche minuto sui nostri schermi solo in caso di tragedie, di guerre, catastrofi. L’attualità costruisce la storia che costruisce la geografia. L’inverso, quindi, delle determinazioni reali. La comunicazione è libera, ma non l’accesso al mercato dell’informazione.
La Tv ha aperto i cuori e gli spiriti a sofferenze e oppressioni un tempo invisibili. Essa ha creato una sorta di opinione mondiale: è diventato più difficile massacrare impunemente. Tuttavia, ogni immagine diffusa è un rapporto sociale metamorfizzato in emozione individuale, piacevole o dolorosa.

La conservazione del tempo

La Tv è una formidabile memoria. La Tv è un funesto colabrodo. La Tv, dal punto di vista tecnico, è il migliore fra i congegni per rendere perenne la vita.
L’effetto patrimonio ha offuscato la differenza fra il vecchio mondo della conoscenza e quello nuovo della comunicazione archiviabile e stoccabile come l’altro.
Eccoci dunque tecnologicamente affrancati dall'irreversibilità del tempo che scorre. Ormai, ieri può essere oggi, o domani.
Tutto ciò è vero, ma anche il suo contrario. La fuga senza ritorno delle immagini che avviene giorno dopo giorno è infatti un canale di ricambio per le memorie e una dissuasione per l’intelligenza. Non è possibile, senza preliminare registrazione, bloccare o far tornare indietro un’ondata di immagini così come si può fare con un fascio di pagine.
È proprio la soppressione continua delle distanze, dei termini e dei ritardi che costituisce l’originalità della Tv sui mezzi di informazione scritta, in particolare in tempi di crisi.
La comunicazione rassicura, l’informazione disturba. Entrambe ci sono necessarie, e il giornalismo ha l’impegnativo compito di trovare la giusta distanza fra queste due polarità antagoniste.
A forza di voler esercitare il diritto di prelazione sull’evento, la cultura dello scoop, il ritmo tipico del nostro audiovisivo trasforma la sovrainformazione in disinformazione.
Disincantarsi dalle immagini trasmesse alla velocità della luce. 

L’effetto di realtà

La Tv è un operatore di verità, la Tv è una fabbrica di inganni. La prova davanti all’immagine annulla i discorsi e i poteri.
Ma l’effetto di realtà, ottimale sullo schermo video, è minato. Perché è senza causa. Davanti a queste immagini in diretta e in tempo reale, passo spontaneamente dall'altra parte dello schermo, nel reale. Qui sta la mistificazione: Perché c’è tutto un gioco di esibizione e di selezione dietro l’immagine presa in considerazione fra mille altre possibili e mostrata al loro posto, un gioco complicato di fantasie, di interessi e talvolta di rischi. Ma nessuno sguardo è obbiettivo, perché persino le telecamere automatiche sono piazzate da una volontà umana.
La nuova mentalità collettiva non è così empirica e priva di pregiudizi come vuole far credere. Essa ha sostituito il dogmatismo della Verità con il dispotismo dell’espressività. La verità non è più ottenuta, né elaborata, è qualcosa che c’è già , qualcosa di selvaggio e di impulsivo che l’espressione farà semplicemente passare dall'interno all'esterno. La verità nella tv è originale, non finale.
Sorridere è una tecnica, un obbligo di apparenza che non impegna a nulla. La spontaneità mediatica, come il genio è una lunga pazienza: una questione di disciplina e di apprendimento.
L’autoreferenzialità mediatica, come sappiamo, fa si che una frottola ripresa e diffusa diventi una quasi-verità.
Verrà il giorno in cui la messa in immagini del mondo farà del mondo un’immagine; della storia un telefilm; e di un combattimento incerto come tutti un western come un altro. “banalizzando lo straordinario e sublimando il banale”.




Grazie, a presto!







mercoledì 25 marzo 2015

La Bellezza nel mondo e l'importanza dell'arte. Estetica e Azione.

Se si guarda il mondo con gli occhi di un bambino, senza tanti fronzoli per la testa insomma, ci meravigliamo di ciò che ci circonda. ma questo "meravigliarsi" cos'è? cosa scaturisce in noi la bellezza? cosa comporta l'azione "bella"?..



L’azione bella e la lotta

Accade in noi un processo attraverso il quale lo "spirito" è costretto ad uscire dalla propria quiete e si trova esposto al dolore, all'infelicità, al conflitto. Quando opposte esigenze di natura ideale ed universale stanno in lotta l’una con l’altra all'interno di uno stesso soggetto, nasce il Pathos, che costituisce la molla stessa dell’azione bellaL’arte si trova nella spiacevole condizione di sollecitare il giudizio positivo e l’ammirazione proprio di coloro che combatte. (Questa problematica costituisce il tema centrale di Lev Tolstoj, il quale assegna all'arte una funzione sociale, morale e religiosa). 
L’azione bella è per lo più un’azione immorale insomma. La cultura è contaminata dalla corruzione della società, dalla divisione sociale tra ricchi e poveri. Ne consegue l’egemonia di un’arte falsa e pervertita, interamente votata alla ricerca del piacere.
Eppure una risposta chiara e convincete a questo problema era nota fin dall'antichità. Essa consiste nel distinguere tre forme diverse di vita attiva: il lavoro, la produzione di opere e l’azione vera e propria. È evidente che l’esperienza artistica appartiene al secondo tipo, l’artista è un Homo Faber. Non esiste una differenza sostanziale tra un'esperienza comune e un'esperienza di bellezza: ogni esperienza può diventare estetica se proseguita e portata a compimento. Ciò che caratterizza l’esperienza estetica è dunque il compimento; l’azione diviene bella nella misura in cui mi impegno in essa, mi dedico ad essa, combatto per la sua manifestazione.
Ogni azione è in realtà iterazione col mondo esterno. L’esperienza è veramente completa quando si materializza in un’opera d’arte, perché così l’esperienza diventa trasmissibile comunicabile e socialmente rilevante.

L’azione estetica come tensione utopica

L’arte, da un lato aspira a alla compiutezza quindi, ma dall'altro contiene in se stessa una specie di frammentarietà che le impedisce di chiudersi in una totalità compiuta. L’arte è "immanenza" perché essa stessa si dà come qualcosa di esistente qui ed ora ma anche perché l’orizzonte utopico che essa apre è immanente, è quello della rivoluzione sociale e non quello di Dio.
(La vera figura maestra dell’irrequietezza utopica è Faust di Goethe. In lui l’azione utopica si configura come un tendere che non si accontenta di nessun risultato raggiunto, ma si appropria dell’esperienza acquisita per farne la base di un ulteriore passo in avanti. Ogni godimento viene cancellato da una nuova brama).
La musica è la più utopica e sociale delle arti. C’è qualcosa di incompiuto tutto teso verso l’oltrepassamento.

L’azione comunicativa

Problemi visti e discussi in passato come estetici vengono ora presentati come questioni relative alla comunicazione. Il vero cambiamento è stato quando la ragione nel procedere dell'arte si pone come momento di un istanza universale, individuabile nella comunità illimitata della comunicazioni. Il legame sociale si regge su un sentimento di empatia di identificazione con le emozioni altrui. La società delle comunicazioni si delinea come una società del sentire assai più che dell’agire, e così ne risente anche l'arte, ridotta a dover manifestare i sentimenti, ad esempio la felicità, in un selfie.

L’abbandono e l’ascolto

Perciò l’arte deve essere distinta sia dalla filosofia, che si articola in concetti e sia dalla scienza che si sviluppa attraverso funzioni. Mentre Le opere d’arte svolgono un ruolo fondamentale nella stabilizzazione e nel mantenimento delle sensazioni emotive. Tuttavia i tre diversi piani dell’arte, della filosofia e della scienza trovano un loro congiungimento nel cervello. Anche loro dunque abbozzano la svolta dal terreno psichico.
Quindi quando guarderete un tramonto la prossima volta, ascoltate il vostro cuore e la vostra mente, e sentitevi un po artisti,  ma anche scienziati e un po filosofi.




Grazie, a presto!




martedì 24 marzo 2015

Nel nome del Padre comune.

In questo periodo di terrorismo, guerre religiose, sparatorie in luoghi affollati, Isis e chi più ne ha più ne metta, a me piace pensare ciò che accomuna le grandi religioni, iniziando proprio da quel che più importa per i credenti, cioè il Padre comune. Perché chi ha un fervente credo, non può annunciar guerra nel nome della pace. 

Abramo

Dio è, per le tre grandi religioni monoteiste, lo stesso. La figura biblica che unisce più di tutte è quella di Abramo, il padre spirituale, e forse anche reale, di ebrei, cristiani e musulmani. Abramo fu il grande pensatore che scoprì l’evidenzia diretta di un Dio unico. Fu il fondatore del monoteismo. Dal suo seme nacquero Ismaele, dal quale sono discesi gli arabi, o israeliti e Isacco, da cui vennero gli ebrei e i cristiani.
L’importanza del patriarca è riconosciuta anche dal Corano, dove si racconta il sacrificio compiuto da Abramo, senza specificare però il nome del figlio che il padre, messo alla prova da Dio, stava per immolare. Abramo ed Ismaele, secondo il corano, avrebbero insieme fondato la Kaaba della Mecca ( la struttura che conserva la pietra nera), a confermare lo strettissimo grado di parentela tra ebrei ( da cui si distaccarono i cristiani) e i Musulmani. 

Gesù

Un altro dato stranamente poco noto in Occidente è la popolarità di Gesù nel mondo mussulmano. Per i musulmani Gesù è un profeta molto particolare, perché ha portato (di persona) la parola di Dio a un livello analogo al Corano. Molti sapienti musulmani fanno un parallelo fra l’eucaristia dei cristiani e la recitazione dei versi del Corano. Nell'islam si ritiene che Gesù sia il maestro del soffio divino della vita. Inoltre, il Corano riconosce grande importanza a Maria di cui si sottolinea lo stato di verginità. L’islam riconosce i profeti biblici della tradizione ebraica, la figura di Gesù e molti santi cristiani.

Futuro uniti

La dimensione etica delle tre grandi religioni non deriva solo da un concetto di parentela, più importante ancora è il loro carattere universale, cioè aperto a tutti. Le tre grandi religioni non sono nate aristocratiche e hanno una certa caratteristica di rivolgersi a tutti con una certa attenzione ai problemi sociali. Quella ebraica è stata la religione di un popolo di schiavi, quella cristiana inizia come speranza per gli oppressi, quella musulmana ha pure fondato il suo successo fra gli umili. In comune hanno il senso di giustizia, il rispetto per i bisogni del prossimo, della vita, l’idea che tutti sono figli di Dio, la sacralità della famiglia. Ce n’è insomma a sufficienza per pensare che le tre religioni, invece che per cementare l’odio reciproco, possano servire per combatterlo.

Non è la religione a fomentare odio, ma politiche decennali portati ad un diffidente confronto e alla rivalità che hanno ben altri scopi terreni (ricchezze sul territorio come il petrolio) e non c'entrano nulla con la religione che ogni individuo porta con se. Perché il rispetto comune va al di là di ogni cosa, perché solo una cosa è certa: l'odio crea solo più odio, e la pace non nasce dalle guerre e queste cose, un vero fedele che ha l'amore di Dio nel cuore, le sa.


grazie, a presto!

domenica 22 marzo 2015

Maratona di Roma. I numeri tra partenza e arrivo.

Si è appena conclusa l'edizione numero 21 della Maratona di Roma. L'evento forse più importante per noi runner italiani! infatti si sono ritrovati nella vecchia capitale del mondo ben 80.000 atleti! 19.061 gli iscritti, 10.824 italiani e ben 8.237 da 122 nazioni per la gara competitiva.

La partenza è stata alle ore 08:50 da via dei Fori Imperiali : I primi a muoversi sono stati i corridori su handbike (disabili), a seguire la competitiva e per ultimi il "popolo" della non competitiva. L'itinerario è stato definito “mediamente scorrevole”, perché non prevede curve a gomito, si 77 cambi di direzione e quasi 8 km sui sampietrini. la lunga coda umana che si è formata, ha fatto anche il consueto passaggio al cospetto di tutti i più celebri monumenti dell’Urbe e lungo le vie e le piazze del centro fino a via Nazionale, al traforo Umberto I, a San Pietro. Infine l'arrivo al punto di partenza, ovvero i Fori Imperiali con il Colosseo di fronte.

Una piccola chicca è stata il regista Fausto Brizzi, che iniziò le riprese del suo nuovo film che vedrà uno degli attori protagonisti cimentarsi nella gara.
A salire sul podio in 2:12:23 su una Roma bagnata, umida e fredda è stato l'Etiope Degefa Abebe Negewo. Un ottimo terzo posto per l'italo-marocchino Chatbi Jamel (2:14:04) e un 5° posto per Ruggero Pertile. 2:36:30 invece per la nostra azzurra Debora Toniolo che si prende il 3° posto femminile.
L'ultra maratoneta Giorgio Calcaterra ha promesso di fare due giri, ma al completamento della maratona (il suo primo giro per cosi dire) in 2:34:26, è stato fermato per dopping. Effettuati gli esami è ripartito!! "per la gioia della gente" disse.
Il record di tempo per la maratona "caput mundi" è rimasto quello del 2009 di Benjamin Kiptoo (KEN) di 2:07:17
La maratona di Roma è un'esperienza che ogni singolo runner dovrebbe fare almeno una volta nella vita. competitiva o meno, è la gioia di correre insieme a quasi 100 mila altre persone sulle fondamenta di questa società occidentale che solo a pensarci mi si accelerano i battiti.

Ci arriverò anche io, me lo prometto.

Grazie, a presto!

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sabato 21 marzo 2015

La felicità di oggi. Tra ragione e bontà.

Uno dei tratti del pensiero moderno è, in campo pratico, l’assunzione di una riflessione volta a calcolare e a individuare gli interessi terreni e mondani e rapportarli con la felicità.
Gli uomini sono in generale inclini alla credulità e portati a giudicare basandosi principalmente sulle apparenze. In questa prospettiva la ragione è intesa come puro strumento di calcolo al servizio di quell'interesse di cui è essa stessa espressione. Quindi si afferma sempre più la convinzione che, fattasi calcolatrice, la ragione sia ora in grado di produrre un diffuso e mai prima visto miglioramento della vita umana sulla terra.
E perciò si pensa che chi ricorra alla ragione è perciò al tempo stesso felice e buono: felice perché è ora capace di procurarsi il benessere e la prosperità che prima le mancavano; buono, perché può adoperarsi anche per la felicità comune.
Ma guidarsi solo tramite ragione crea anche una diffusa ostilità reciproca sviluppando una società dominata dalla mutua diffidenza e dalla simulazione. Non è nel regno del calcolo e della riflessione che va cercata la bontà. Buona è la coscienza che ha origine in due principi anteriori alla ragione, l’uno dei quali si interessa al nostro benessere e alla conservazione di noi stessi, e l’altro ci ispira una naturale ripugnanza a veder patire e soffrire qualsiasi essere sensibile e i nostri simili.
Amor di se e pietà configurano pertanto uno stato di natura che è buono perché costituito da sentimenti buoni. Buona è quindi solo la coscienza che sa ascoltare il suo sentimento interiore, che altro non è se non la sua stessa originaria voce interiore, soffocata, ma non soppressa.
La felicità autentica implica un essere in cui bisogni e desideri siano fortemente ridotti. Un essere cioè quanto più possibile autosufficiente e perciò stabile e permanente.
L’uomo deve esercitare la propria libertà sollevandosi oltre il mondo sensibile e trovando in ciò la ragione del suo volere, il perché delle sue azioni. Questo valore peculiarmente umano del libero sforzo morale è ciò che ci distingue dagli altri animali, ed è ciò che veramente conta, per essere buoni e felici nel e col mondo.





Grazie, a presto!







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venerdì 20 marzo 2015

Preludio Filosofico



Antiche regole di pensiero per cui i nostri avi hanno versato sangue.
Menti combattute, che lanciano scintille,
 bruciano il mondo, abbattono oscurità.
Non permettiamo alle scienze di guidare il nostro percorso.
Le nostre menti, siamo oscuri noi filosofi,
 navighino sulle onde di un pensiero più fine.
Fino a quando, con alle spalle un cielo quiete, sulle macerie ci ergeremo.
E alla fine demistificheremo
 il messaggio insito nel pensiero unico della fede.
Persino un’apocalisse non può rubar il futuro del passato.
Se comunque risorgeremo dalle ceneri, saremo ancora la razza umana.





Apokalypsis = togliere il velo.

Alimentazione come energia vitale